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- Testimonianza di Shlomo Venezia [Pdf - Ita] [TNTvillage] -


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Testimonianza di Shlomo Venezia [Pdf - Ita] [TNTvillage]



SHLOMO VENEZIA

ex-deportato di Auschwitz




forni crematori di Auschwitz




Lingua: Italiano
Pagine: 11
Formato: Pdf
Dimensione: 57 KB su disco (54.946 byte)






Ex deportato AUSCHWITZ appartenente al Sonder Kommando del crematorio 3.
Testimonianza tenuta a S.Melania il 18 gennaio 2001 in occasione della prima Giornata della memoria.



Indice:

• PREMESSA
• LE MISURE ANTIEBRAICHE IN GRECIA
• LA DEPORTAZIONE
• AUSCHWITZ
• DOMANDE DEL PUBBLICO E RISPOSTE





"Tutto mi riporta al campo. Qualunque cosa faccia, qualunque cosa veda, il mio spirito torna sempre nello stesso posto... Non si esce mai, per davvero, dal Crematorio."
Sono parole di Shlomo Venezia, ebreo di Salonicco, di nazionalità italiana; è uno dei pochi sopravvissuti del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau. I Sonderkommando erano squadre di ebrei costretti dai nazisti ad accompagnare i prigionieri verso le camere a gas: li aiutavano a svestirsi, tagliavano i capelli ai cadaveri, estraevano i denti d'oro, recuperavano oggetti e indumenti negli spogliatoi. Ma, soprattutto, si occupavano di trasportare nei forni (i Crematori) i corpi delle vittime. Dei componenti dei Sonderkommando ne sono sopravvissuti pochissimi, e tra questi Shlomo, visto che i nazisti li uccidevano per non lasciare testimoni. Un lavoro organizzato metodicamente all'interno di un orrore che non conosce eccezioni: il pianto disperato di un bimbo di tre mesi, la cui madre è morta asfissiata dal gas letale, richiama l'attenzione del Sonderkommando, lo scavare frenetico tra i corpi inanimati, il ritrovamento e subito dopo lo sparo isolato della SS di guardia che ammutolisce per sempre quel vagito consegnandolo alla storia. Per decenni l'autore ha preferito mantenere il silenzio. Restare in vita per questi testimoni e' una sofferenza: ''non ho piu' avuto una vita normale.
Scrive Shlomo: "non ho mai potuto dire che tutto andasse bene e non ho mai potuto andare, come gli altri, a ballare a divertirmi in allegria. Tutto mi riporta al campo. Qualunque cosa faccia, qualunque cosa veda, il mio spirito torna sempre nello stesso posto. E' come se il 'lavoro' che ho dovuto fare laggiu' - spiega ancora Shlomo - non sia mai uscito dalla mia testa''. Non e' un caso che a lungo, dopo essere uscito dal campo, Shlomo abbia taciuto vittima di quella ''malattia'', gia' raccontata da Primo Levi: una sorta di complesso di colpa per essere sopravvissuti. Shlomo ha ritto il silenzio nel 1992 quando ha visto sui muri sempre piu' croci uncinate. Walter Veltroni, che firma la prefazione del libro, dice di avere di lui un'immagine precisa: quella di un uomo ''che racconta con fermezza, con precisione, l'inferno che ha visto e toccato''.
Il riaffiorare di quei simboli, di quelle parole d'ordine, di quelle idee che avevano generato il mostro dello sterminio nazista ha fatto sì che dal 1992 abbia incominciato a parlare, e quei racconti sono la base della lunga intervista che è all'origine di questo libro.








Shlomo Venezia (Salonicco, 29 dicembre 1923) è uno scrittore italiano di origine ebraica.
È un deportato sopravvissuto all'internamento nel campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenau. Durante la prigionia fu obbligato a lavorare nei Sonderkommando («unità speciali»), squadre composte da internati e destinate alle operazioni di smaltimento e cremazione dei corpi dei deportati uccisi mediante gas. Tali squadre venivano periodicamente uccise per mantenere il segreto circa lo svolgimento della «soluzione finale della questione ebraica» (il sistematico sterminio del popolo ebraico). Venezia è uno dei pochi sopravvissuti - l'unico in Italia, una dozzina nel mondo - di queste speciali squadre e ha raccolto le sue memorie in un libro pubblicato nell'ottobre 2007 a cura dell'editore Rizzoli dal titolo Sonderkommando Auschwitz.

Shlomo Venezia venne arrestato con la famiglia a Salonicco nell'aprile 1944 e deportato presso il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, uno dei tre campi principali che componevano il complesso di Auschwitz. Durante la selezione operata dai medici nazisti per separare i deportati considerati abili al lavoro da quelli «inutili», che venivano immediatamente inviati alle camere a gas, Venezia si salvò insieme al solo fratello e due cugini. Venezia venne successivamente sottoposto al tipico (e crudele) processo subito dai deportati ad Auschwitz: rasatura, doccia, tatuazione del numero sull'avambraccio sinistro, vestizione con gli abiti da internato. Terminate le operazioni di «inserimento burocratico» Venezia venne rinchiuso in un'apposita ed isolata sezione del campo per passare il periodo di «quarantena» di 40 giorni, che avrebbe dovuto impedire - secondo le autorità tedesche del campo - la diffusione di epidemie all'interno del lager.
Dopo solo 20 giorni di «quarantena» Venezia fu assegnato al Sonderkommando di uno dei grandi crematori di Birkenau, composto principalmente da giovani prigionieri di robusta costituzione ed in buone condizioni fisiche, a causa dello sforzo fisico richiesto dal lavoro: l'eliminazione delle «prove» di quello che stava avvenendo.
Come ebbe a dire Primo Levi - deportato presso il campo di Auschwitz III - Monowitz e autore di Se questo è un uomo - l'istituzione di queste squadre speciali rappresentò il più grave crimine del nazionalsocialismo, perché le SS cercarono attraverso il Sonderkommando di scaricare (o quantomeno condividere) il crimine sulle vittime stesse.
Shlomo Venezia, dopo la liberazione, divenne tra i più importanti portavoce della tragedia dell'Olocausto. Ospite in trasmissioni televisive, nelle scuole, nelle manifestazioni a ricordo della Shoah, egli rivolge il suo interesse ai giovani come portavoci futuri dell'immane tragedia che si abbatté sull'Europa tra il 1940 e il 1945. Sua è questa toccante testimonianza:
« Altre volte mi hanno chiesto, per esempio, se qualcuno sia mai rimasto vivo nella camera a gas. Era difficilissimo, eppure una volta è rimasta una persona viva. Era un bambino di circa due mesi. All'improvviso, dopo che hanno aperto la porta e messo in funzione i ventilatori per togliere l'odore tremendo del gas e di tutte quelle persone - perché quella morte era molto sofferta - uno di quelli che estraeva i cadaveri ha detto: “Ho sentito un rumore”. Normalmente quando uno muore, dopo un po' finché non si assesta, il corpo ha dentro dell'aria e fa qualche rumore. Abbiamo detto: “Questo poverino, in mezzo a tutti questi morti, comincia a perdere il lume della ragione”. Dopo una decina di minuti ha sentito di nuovo. Abbiamo detto: “Tutti fermi, non vi muovete”, ma non abbiamo sentito niente e abbiamo continuato a lavorare. Quando ha sentito di nuovo, ho detto: “Possibile che senta solo lui? Allora fermiamoci un po' di più e vediamo cosa succede”. Infatti, abbiamo sentito quasi tutti un vagito da lontano. Allora uno di noi sale sui corpi per arrivare laddove veniva il rumore e si ferma dove si sente più forte. Va vicino e, insomma, là c'era la mamma che stava allattando questo bambino. La mamma era morta e il bambino era attaccato al seno della mamma. Finché riusciva a succhiare stava tranquillo. Quando non è arrivato più niente si è messo a piangere - si sa che i bambini piangono quando hanno fame. Il bambino era quindi vivo e noi l'abbiamo preso e portato fuori, ma ormai era condannato. C'era l'SS tutto contento: “Portatelo, portatelo”. Come un cacciatore, era contento di poter prendere il suo fucile ad aria compressa, uno sparo alla bocca e il bambino ha fatto la fine della mamma. Questo è successo una volta in quella camera a gas. Ci sono tanti racconti, ma io non racconto mai cose che hanno visto gli altri e non io. »
La sua esperienza ha spinto Roberto Benigni a chiamarlo come consulente, insieme a Marcello Pezzetti, per il film La vita è bella.


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